Guest Post. Città che chiudono (causa crisi) e artisti che lottano e… fanno sognare: intervista “made in culture” a Bado

Oggi ospito un post del sito Care About Culture. Si tratta in realtà di un’intervista, che ho trovato veramente interessante, su un giovane artista che credo farà strada.

Percorrere le strade del centro storico di una città di provincia (non proprio nota come destinazione turistica) in pieno agosto, può trasmettere una sensazione di eccessiva quiete.
Se poi, guardandoti intorno, le insegne di “vendesi” e “affittasi” sulle vetrine diventano tante, le cose si complicano e l’eccessiva quiete diventa ansia da prestazione economica nazionale.
Ero immersa più o meno in questi pensieri, quando è apparso davanti ai miei occhi Bado, fortunatamente! Bado non è il nome di un nuovo supereroe, impegnato a presidiare i vicoli della vecchia Catanzaro (o forse si…), ma un giovane artista a cui ho deciso di dedicare la nuova intervista “made in culture”. E così, con un certo sollievo, ho fatto il mio ingresso nel suo studio……

Cominciamo a conoscere Santo Alessandro Badolato in arte Bado (classe 1985), vuoi presentarti?Ti confesso che ho sempre difficoltà a parlare di me e del mio lavoro. Come formazione nasco scultore, ma è una definizione che mi sta stretta. Amo andare in tante direzioni e quando mi chiedono: cosa sei? Rispondo che mi occupo di arti visive.
In questo momento a cosa stai lavorando?
Sto preparando un’installazione per il Cleto Festival. Una manifestazione arrivata alla terza edizione e ideata da un gruppo di ragazzi calabresi che hanno deciso di promuovere la cultura del loro territorio in tutte le sue forme: dalla musica al teatro, dalla fotografia alla letteratura, passando per le arti figurative e le mostre a cielo aperto.
Mi hanno contattato dopo aver visto i lavori che ho esposto al museo Marca di Catanzaro per la mostra Microcosmos. Mi era stato proposto di portare qualche opera, ma non ero del tutto convinto, volevo intervenire sul territorio, dialogare con esso e così, dopo aver visitato di persona Cleto e scoperto un borgo antico bellissimo, mi sono lasciato guidare dalle suggestioni del luogo e dal tema di questa terza edizione del festival: Coscienza.
Argomento piuttosto impegnativo
Ma molto coinvolgente dal mio punto di vista. Ho scelto di lavorare sul principio di coscienza globale collettiva e parlare di linguaggi e contenitori di linguaggi, una metafora per parlare dell’uomo. Per far questo ho deciso di usare un oggetto simbolo: l’anfora, che nella nostra tradizione è il contenitore per eccellenza; in esse venivano conservati cibo, acqua… veri e propri valori, oltre che elementi materiali.
Puoi descriverci esattamente l’installazione?
Sarebbe meglio vederla dal vivo. Posso dirti però che l’ho ideata perché prendesse vita al buio e portasse con sé una forte componente energetica e spirituale. Ho cercato di focalizzare l’attenzione su questo aspetto oltre a rendere visibile il dialogo che c’è – o dovrebbe esserci – tra linguaggi differenti e, a sua volta, tra opera e spettatore.
Come si chiamerà l’installazione?
Noosfera. È un termine introdotto dal mineralogista e geochimico russo Vladimir Vernadsky, il primo a utilizzarlo per definire la sfera del pensiero umano. Per Vernadsky la noosfera era la naturale evoluzione, dopo geosfera e biosfera, dello sviluppo terrestre, uno sviluppo in cui la rete di relazioni umane rappresentava il nuovo snodo evoluzionistico della terra.
Un concetto rappresentato, graficamente, proprio da una rete e che è stato ripreso e sviluppato in chiave di rete sociale dallo scienziato evoluzionista e teologo Pierre Teilhard de Chardin, considerato non a caso il “patrono” di Internet.
Un’installazione che fonde tradizione e tecnologia: come pensi reagiranno davanti alla tua Noosfera i visitatori del Cleto Festival?
Io credo che l’arte contemporanea sia un po’ come le parole crociate: faccia lavorare la mente. Non si “consuma” più come in passato, passivamente, ma richiede un alto tasso di partecipazione da parte del pubblico, e questo lo considero una cosa molto bella e divertente.
Se i visitatori, oltre a soffermarsi sull’effetto estetico che inevitabilmente ci sarà, inizieranno a far lavorare la mente, a chiedersi il perché di Noosfera, a interagire con l’installazione, sono convito che la comprenderanno senza alcun problema. In fondo, nel suo minimalismo, quest’opera è molto descrittiva, forse anche troppo.
Fermarsi all’aspetto estetico di un’opera, in generale, lo considero il peggior modo per interpretarla, così come non condivido neanche quanti volutamente mortificano l’estetica in favore di un ermetismo concettuale. Quello a cui bisogna puntare, a mio parere, è l’equilibrio tra estetica e concetto.
Un equilibrio che sei riuscito a raggiungere?
Non lo raggiungi mai, ma è bene continuare a lavorarci. E sempre con occhi nuovi. Sotto questo aspetto mi ha aiutato molto il tipo di formazione che ho ricevuto. Al liceo artistico ho avuto la fortuna di incontrare un professore di disegno, Valter Parrillo, che mi ha spinto a lavorare in maniera quasi maniacale sul modellato, l’anatomia, a curare ogni dettaglio. Passavo ore e ore a disegnare.
Poi in Accademia ho seguito le lezioni di Bruno Tavani, docente di tecniche di fonderia, che ha “azzerato” tutta la mia formazione precedente. All’inizio è stato terribile, poi ho capito. Tavani lavorava sopratutto sul concetto non perché non fosse capace di altro, ma perché riteneva fosse l’aspetto più importante. Devo molto a entrambi e ora che mi ci fai pensare credo che la costante ricerca di equilibrio nel mio lavoro nasca proprio qui.
L’arte era di casa nella tua famiglia?
Non proprio. Ma credo di poter definire mia madre un’artista, anche se in realtà è una fisioterapista. Il motivo per cui la considero un’artista richiederebbe molto tempo, ma uso una metafora (che poi è un episodio della mia vita) per farti comprendere quello che intendo.
A otto anni ho avuto un brutto incidente al braccio, il parere unanime dei medici era che il braccio non sarebbe tornato mai più come prima. Mia madre non si è arresa alla prospettiva e per un anno abbiamo lavorato insieme, sperimentando e riuscendo a rimettere tutto a posto. Quando ho studiato anatomia al liceo ho capito quali ragionamenti aveva seguito e su quali equilibri aveva lavorato.
Io credo che l’artista sia soprattutto una persona “affamata” e quando hai fame, sei curioso e ti metti a cercare e se non ti accontenti di quello che trovi…….inizi a creare. Lei lo ha fatto con me, con il mio braccio, non si è accontentata, ha perseverato, sperimentato, inventato un modo diverso di fare terapia. Ecco perché, se penso a un‘artista in famiglia, penso a lei.
Quando inizi a essere Bado?
Bado inizio a esserlo già dall’Accademia, ma non saprei definire un momento esatto. All’inizio realizzavo opere molto legate all’aspetto virtuosistico. Nella “Guerra dei sensi”, per esempio, faccio lottare i cinque sensi: ognuno ferisce l’altro ed è ferito a sua volta, un’opera un po’ splatter sul non senso della guerra.
Poi nel 2011 vinco il premio internazionale Lìmen Arte con “Aero-grafia n. 2″, una delle prime prove della ricerca che mi avrebbe portato a realizzare il ciclo delle Urbanizzazioni.
Ci racconti cosa sono e come nascono le tue Urbanizzazioni?
Le Urbanizzazioni nascono dalla riflessione su come la tecnologia sia diventata parte del nostro quotidiano, non solo sotto l’aspetto fisico, ma anche sostanziale. I circuiti sono dappertutto e quello che io ho fatto con Aerografia n. 2 e le successive Urbanizzazioni è creare oggetti – a volte anche di design – che rispecchiassero il rapporto sempre più stretto tra tecnologia, uomo e natura.
Le Urbanizzazioni, però – e ci tengo a sottolinearlo – non hanno niente a che fare con il riciclo, quello è solo una conseguenza. I circuiti che io applico sui pannelli nascono con l’obiettivo di creare dei modelli di città ‘ideale’ e si legano al mio desiderio di dare ordine al disordine e alla mia grande passione per l’architettura. In “Aero-grafia n. 2″ ho idealizzato dei moduli abitativi con i circuiti e li ho disposti secondo un preciso ordine: un centro urbano ben definito, una parte industriale collocata in periferia…
La commistione tra tecnologia e quotidiano è un tema che mi attrae moltissimo. Un film come Matrix (che considero un po’ come la mia Bibbia) mi ha dato tanti spunti di riflessione a riguardo, così come i testi di maestri come Asimov, Gibson e Philp K. Dick.
Da questo mondo cyber come arrivi alla “Coperta per senzatetto”?
In realtà sono due cose assolutamente distinte, la “Coperta per senzatetto” è un social project e il vero progetto non è la coperta, bensì il flyer. L’idea mi è venuta una notte d’inverno mentre tornavo a casa in moto e stavo letteralmente gelando. Ho visto dei giornali che volavano per la strada come palle di fieno e mi è tornato in mente quello che diceva mia nonna: “usa i giornali per difenderti dal freddo”.
A quel punto ho associato l’idea dei giornali all’immagine del senzatetto e ho pensato che, come i bambini quando acquistano gli ovetti Kinder leggono le istruzioni per costruire l’oggetto in regalo, così potevo fare con i senzatetto. Ho realizzato un flyer urbano (un rifiuto a cui sostanzialmente ho cambiato la destinazione d’uso) con i suggerimenti per creare una coperta di giornali.
Quando viaggio me ne porto dietro un po’ di copie e le distribuisco, ma per capire  se la coperta viene poi realizzata veramente dovrei tornare a controllare. Comunque, chiunque creda nel progetto può scaricare il mio flyer (vedi link) e seguire le istruzioni, costruendo la coperta per donarla a un senzatetto.
Poco tempo fa ricordo di essere rimasto colpito da una frase di uno dei componenti di Studio Azzurro: “Noi non consegniamo prodotti, ma avviamo processi”. Un pensiero in cui mi rispecchio perfettamente.
Nel 2012 arriva l’esperienza USA, ci vuoi raccontare come sei arrivato all’Omi International Arts Center nello stato di New York?
Ho vinto la borsa di studio promossa dalla Dena Fondation for Contemporary Art – una realtà guidata da una persona splendida come Giuliana Setari Carusi che da anni investe con passione su artisti del Sud Italia – in collaborazione con il museo Marca e la Provincia di Catanzaro. E’ stata un’esperienza unica: tre settimane trascorse tra artisti di tutto il mondo – Corea, India, Ghana, Australia, Francia, Germania, Spagna, Cuba, Stati Uniti, Canada – immersi in una natura spettacolare.
Eravamo in trenta e vivevamo in tre grandi case e a cinque minuti di bicicletta avevamo gli studi, ricavati da ex fienili, dove potevamo lavorare a qualsiasi ora del giorno e della notte. Per il relax c’era il ping pong, la piscina, gli spazi comuni e in primis….il paesaggio.
Su cosa hai lavorato?
Ho sviluppato tre progetti (un’iperproduzione dal mio punto di vista, ma ero stracarico di energia, dormivo quattro ore a notte!). Il primo, la “Coperta per senzatetto”, di cui ho realizzato un esemplare, ha suscitato un interesse particolare perché a New York, ogni anno, viene lanciato un concorso di idee destinato proprio ai senzatetto.
Il secondo, “Utopia?”, è un’installazione site specific nata sulla scia di una sperimentazione condotta da un gruppo di scienziati che mi aveva colpito. Servendosi di un apposito sistema, gli scienziati sono riusciti a produrre energia attraverso la fotosintesi clorofilliana, assorbendo energia termica da un prato erboso. Naturalmente il quantitativo di energia prodotta è stato minimo, ma la notizia per me ha rappresentato una di quelle esperienze che permettono all’uomo di varcare un confine.
In “Utopia?” ho ipotizzato che l’energia assorbita dalla chioma di un albero (solo quella in eccesso, che poi si disperderebbe nel terreno) potesse venire intercettata e diffusa nelle città, in una sorta di circuito virtuoso che permetterebbe ai centri urbani di ottenere energia “green” e di limitare contemporaneamente l’abbattimento degli alberi. Mi hanno chiesto se fossi in grado di produrre davvero energia con questo sistema, ma io non sono certo uno scienziato! Ho fantasticato su questa idea, attraverso il mio lavoro. In fondo, anche Verne quando ha scritto del Nautilus non lo aveva mica costruito, ma poi il sottomarino è stato creato.
Il terzo progetto è stato una performance, “European Football Championship 2012”  (vedi il video in basso); volevo denunciare, in un luogo come gli Stati Uniti, pieno di contraddizioni ma molto attento a certe tematiche, la strage di cani avvenuta in Polonia e Ucraina per un “sereno” svolgimento degli Europei di calcio 2012. Il tutto col beneplacito della UEFA nonché di tutte le nazioni partecipanti, delle tv e di tutti coloro i quali avrebbero tratto profitto da questa operazione. Stomachevole.
Durante la residenza hai avuto modo di entrare in contatto con il mondo dell’arte americano?
Diciamo che la situazione era molto protetta. I contatti con l’esterno si sono limitati a una serie di incontri con operatori del mondo dell’arte negli ultimi giorni di permanenza in residenza.
Un’esperienza che mi ha fatto capire il livello di professionalità con cui vengono trattati all’estero gli artisti, anche i più giovani. Ovviamente non è solo una prerogativa americana questa, lo scorso novembre ho esposto a Parigi e ho fatto un giro di gallerie per prendere contatti e presentarmi; il 50% mi ha accolto con curiosità e dimostrato un reale interesse nei confronti del mio lavoro. In Italia una cosa del genere non dico sia impossibile ma….
Cosa c’è che non va in Italia?
Beh, senza puntare il dito sulle gallerie, credo che in Italia il sistema imponga che il giovane apprenda dal vecchio. Ma le cose funzionano fino a un certo punto. Se il giovane ha un’idea valida bisogna concedergli spazio proprio quando è prorompente.
L’America si fonda su questo principio, se hai un’idea interessante vieni sostenuto. Qui in Italia, se hai una buona idea ricevi complimenti, intensi sorrisi, una pacca sulla spalla….poco più. Quando dico che vivo facendo l’artista (o ci provo almeno) vedo cambiare espressione nei volti delle persone, alcune addirittura ti guardano come se fossi un cane abbandonato sul ciglio di una strada. Ti sembra normale tutto questo?
Siamo un paese “conservatore”, nel senso che abbiamo molto da conservare, ma a te sembra che l’Italia conservi bene quello che ha? Se ti parlo di Pompei (un esempio tra migliaia) pensi a “conservazione” o piuttosto ti viene in mente la parola “devastazione”? Viviamo di controsensi e contraddizioni, stiamo diventando un paese privo di obiettivi mirati al bene della cultura e dell’arte.
Questo contesto così difficile ti impedisce, come artista, di realizzare i tuoi progetti?
Diciamo che per lavorare in un luogo complicato come l’Italia, e soprattutto al Sud, vuol dire amare davvero l’arte e il tuo territorio. E’ una situazione che ti consuma molto sul piano delle energie. Piuttosto che assorbire energia dall’esterno, sei costretto a dare fondo alle tue scorte per motivarti. E’ come vivere in un training autogeno continuo.
Perché rimani qui?
Perché qui posso essere totalmente autonomo. Qui posso permettermi uno studio. Qui posso riflettere con la giusta lentezza, e queste sono tutte cose che una grande città, nonostante tutti i suoi input artistici, difficilmente può darti.
Catanzaro, dalla tua descrizione, sembra una città a dimensione di artista!
Lo sarebbe… E ancor di più se i poli universitari non fossero stati decentrati, svuotando il centro città di giovani laureandi, potenziali creativi. La città potrebbe e dovrebbe essere diversa, molto più viva. Penso che sotto questo aspetto dovremmo prendere come modello Bologna, sarebbe una meraviglia.
Cosa vorresti fare in futuro?
Vivere del mio lavoro e girare il mondo grazie a esso.
Hai degli artisti che consideri i tuoi maestri?
Sono tanti, anche troppi, ma uno li racchiude tutti, Leonardo. Ingegnere, pittore, architetto, scenografo, studiava anatomia. Oggi, quando compriamo un oggetto, soprattutto se si tratta di attrezzature meccaniche, troviamo la rappresentazione grafica dei singoli componenti come se fossero sospesi, si tratta del famoso “esploso” e lo ha inventato lui.
Questa è creazione, capisci? È l’equilibrio di cui ti parlavo prima……lui rappresenta per me l’essenza tra estetica e concetto.
Tanti hanno dei colpi di genio, ma solo lui racchiude una tale completezza, complessità ed eccellenza in tanti ambiti diversi. A queste vette sono arrivati in pochi, sicuramente Nicola Tesla e… Steve Jobs. Si, credo che Jobs possa essere considerato il Leonardo contemporaneo.
A questo punto mi rendo conto che sono trascorse oltre due ore dall’inizio della chiaccherata con Bado e il tempo a mia disposizione è quasi terminato. Devo andare via, ma non prima di aver dato un’occhiata in giro.
Ed è allora che m’imbatto nel manichino di un bambino: “E’ un lavoro sulla mancanza di logica della nostra contemporaneità”, mi spiega Bado, “E’ un bambino malnutrito realizzato in kerabond, una colla per piastrelle, un materiale calpestabile per un calpestato sociale. Ha forchetta e coltello in mano ma il piatto verso cui si avvicina è proiettato su un tablet. Quindi, sostanzialmente, il bambino non mangia”.
Sempre più incuriosita mi avvicino a quella che scoprirò essere il prototipo di una macchina per bolle di sapone: “Ci sto lavorando, è un oggetto per riflettere sull’inutilità delle macchine. Mentre questa”, prosegue Bado, “è la prima macchina che ho realizzato e con cui ho partecipato a un concorso di arte erotica. Si chiama “Insieme in azione“, un progetto per mettere in evidenza l’incontro tra uomo e macchina e quello tra uomo e madre terra….”
Per concludere: l’economia vacilla, i negozi chiudono, ma gli artisti lottano e continuano a regalarci…futuro!  Il sito di Bado lo trovate qui
C’è la crisi W la crisi!
p.s. Aldo, grazie bis ;)

Per gentile concessione di: careaboutculture.it

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