Il Novecento – Max Ernst

Max Ernst | la vestizione della sposa

IL NOVECENTO
Grazie alla collaborazione con St-ART stiamo scoprendo e ammirando i grandi capolavori della storia dell’arte.
La settimana scorsa abbiamo ammirato nel dettaglio “il Bacio” di Francesco Hayez, l’opera che più di altre racchiude in sé l’essenza del Romanticismo, oggi invece scopriamo l’opera del padre del Surrealismo e che mi reco spesso ad ammirare presso la Peggy Guggenheim Collection, ma che mi lascia sempre una certa inquietudine.

Max Ernst (1891-1976), “The Robing of the Bride/La vestizione della sposa” (1940), Oil on canvas, 130 cm x 96 cm, Peggy Guggenheim Collection, Venezia.

max ernst e peggy guggenheim

L’arte surrealista ci conduce al di là della percezione facile e ovvia. L’oggetto che viene ritratto, anche il più strano, onirico, visionario, attinge comunque al repertorio convenzionale di linee e colori, ma viene caricato di potere suggestivo.
Padrone di tale poetica è Max Ernst.
Egli porta avanti la sua ricerca ricreando ciò che il suo occhio di artista vede in maniera differente. Immagini straordinarie che possono evocarne altre per via associativa: “La creatività è quella meravigliosa capacità di cogliere realtà tra loro distinte e disegnare una scintilla dalla loro giustapposizione.”
Carico di rimandi simbolici è il dipinto “La vestizione della sposa”. La mano dell’artista ci rende un’immagine affascinante e al contempo disturbante.
Lo sfarzo e l’opulenza del contesto contrastano con l’aspetto animalesco della figura centrale e dei soggetti che compongono il quadro. La sposa è la vera protagonista della scena pittorica, con il suo corpo sensuale che emerge da sotto un mantello dal rosso piumaggio. Corpo nudo, ventre prominente, seno scoperto da cui fa capolino una piccola testa giallognola.
L’unico dettaglio che possiamo intravedere del volto della sposa è un occhio. Indossa infatti un copricapo con la testa di rapace, i cui occhi guardano imperscrutabili nella nostra direzione. La maschera, che le conferisce l’aspetto di una civetta, sta ad indicare il senso di consapevolezza di sé e di maturità che andrà ad acquisire con l’amore fisico dato dal legame matrimoniale.
A circondarla nell’atto della vestizione nuziale troviamo enigmatiche figure. Accanto a lei, sulla sinistra, una figura antropomorfa dalle sembianze di uccello regge una lancia spezzata indicante il pube della donna, evidente simbolo fallico e rimando ad una verginità che sta per essere perduta. Dall’altro lato, si trova un’ancella dalla bizzarra capigliatura, anch’essa nuda, dall’incarnato roseo. Essa simboleggia la verginità e sembra essere tenuta scostata dal gesto eloquente della sposa.
Accovacciata per terra, infine, scorgiamo un’inquietante creatura verde ermafrodita che racchiude in sé le caratteristiche di entrambi i sessi. Potrebbe essere un simbolo di fertilità, ma secondo altre interpretazioni essa potrebbe rappresentare i dolori del parto, dolori che trasfigurano la sposa rendendola un mostro. I seni non sono più solo un oggetto di seduzione, ma sono raddoppiati per essere anche mezzo di nutrizione per la prole che verrà. Il motivo tematico della vestizione della sposa viene enfatizzato dal raddoppiamento dell’immagine sulla parete di fondo, un quadro nel quadro, in cui la sposa appare nella stessa posa mentre avanza in un paesaggio di antiche rovine.
La fanciulla dall’ampia capigliatura a ventaglio volge lo sguardo indietro, verso il quadro appeso alla parete. Uno sguardo verso un passato che essa rappresenta e che, come in un rito di iniziazione, è prossimo ad essere superato in vista di un futuro di vita coniugale.
Il quadro veicola significati complessi e dà adito a diverse chiavi di lettura, tra cui vi è anche quella che ha visto nel personaggio di sinistra, coperto di piume verdi, la rappresentazione di Loplop, l’uccello fantastico alter ego dell’artista, mentre la sposa potrebbe essere la pittrice surrealista inglese Leonora Carrington, con la quale l’artista aveva avuto una relazione.
Il particolare aspetto sgranato della superficie del dipinto è dovuto all’uso di una complessa tecnica a olio mista alla decalcomania, tecnica nella quale il pigmento colorato diluito viene pressato sulla superficie distribuendosi in modo irregolare e andando così a potenziare il carattere visionario dell’opera
.

(Marina)

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