Il Trecento – l’oreficeria

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Il Trecento.

un nuovo approfondimento, come ogni lunedì, in compagnia di St-ART , che oggi ci porta alla scoperta di una arte antica e meravigliosa. L’arte della lavorazione dei metalli preziosi, ovvero l’oreficeria.
Sono particolarmente felice di pubblicare questo post, perché c’è stato un momento della mia vita in cui mi sono dedicata allo studio dell’arte orafa e la lettura delle parole che descrivono la “Madonna di Giovanna d’Evreux”, conservata al Louvre, hanno riaperto il mio “libro dei ricordi” 🙂
Chissà se sarà così anche per voi o vi permetterà di scoprire qualche cosa di nuovo.

 

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Ignoto maestro orafo “Madonna of Jeanne d’Evreux/Madonna di Giovanna d’Evreux” (1324 – 1339), Gilded silver, enamel, stones and pearls, h. cm 68, Musée du Louvre, Paris.

 

La statua-reliquiario della Madonna con Bambino, unico esemplare superstite del tesoro donato dalla regina Giovanna d’Evreux all’Abbazia di Saint-Denis, rappresenta uno dei pezzi più interessanti dell’oreficeria gotica e testimonia un dialogo piuttosto stretto tra la Francia e l’Italia: si tratta, infatti, del primo manufatto francese che tenta di imitare, ancorché con qualche incertezza, la tecnica dello smalto traslucido applicato su bassorilievo in argento, tecnica di cui erano campioni assoluti gli orafi senesi, come quel Guccio di Mannaia che mostra di essere in grado di padroneggiarla alla perfezione nel celebre calice del Tesoro di San Francesco ad Assisi.
Completamente sprovvista di anima interna, la scultura pare aderire al modello iconografico bizantino della “Madonna della tenerezza”, ma rivisitato attraverso una nuova sensibilità figurativa e arricchito dallo spettro della spiritualità occidentale, che, interpretando per immagini la lettura del Cantico dei Cantici proposta da San Bernardo, trova la propria espressione nella dolcezza della carezza del Cristo infante a Maria, sublime trasfigurazione della benedizione dello sposo celeste alla madre divina quale personificazione della Chiesa.
La lamina metallica, ripiegata a creare un panneggio fluente, asseconda l’ancheggiare della Vergine e quel suo movimento sinuoso che tanto aveva affascinato in Toscana scultori come Giovanni Pisano, specialmente nel periodo della sua tarda maturità, e che scopre in Simone Martini un impareggiabile cultore.
I gesti delicati, il morbido ricadere delle vesti, la grazia melanconica che traspira da questo raffinatissimo oggetto trasudano il linguaggio di estrema ricercatezza formale che accompagnerà ancora, per oltre un secolo, le corti europee fino al cosiddetto “autunno del Medioevo”.

(Daniele)

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A confronto con il Calice di Guccio di Mannaia.

A confronto con il Calice di Guccio di Mannaia.

LINK Vai alla pagina di St-ART dedicata a quest’opera – clicca QUI.

 

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