Michelangelo’s Prigioni: unfinished masterpieces between struggle and beauty

19/01/2026
Author: Caterina Stringhetta
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In 1505, in Rome, Pope Julius II entrusted Michelangelo Buonarroti with the monumental task of designing his tomb to be placed in the new St. Peter’s Basilica. The

young artist, already considered a genius, imagined a grandiose mausoleum of classical inspiration, decorated with dozens of sculptures. The original design called for an imposing architectural structure on several levels, with figures of Slaves (or Prisoners) leaning against the pillars, images of Victories, and in the centre the figures of Moses and St. Paul, symbols of the Old and New Testaments.

Michelangelo saw in this work the possibility of celebrating not only the greatness of a pontiff, but also the spiritual strength of the Church itself. The complex iconography of the monument would represent the struggle of the soul against the prison of matter and its liberation through faith and intellect.

Prigioni Michelangelo Galleria Accademia Firenze

Prigioni Michelangelo Galleria Accademia Firenze

I Prigioni di Michelangelo: quando la scultura lotta per nascere

Nonostante le ambizioni iniziali, il monumento funebre a Giulio II subirà profonde modifiche.
Viene realizzato solo molti anni dopo, nel 1545, non più a San Pietro ma nella chiesa di San Pietro in Vincoli, e con la collaborazione di diversi aiutanti.
Il celebre Mosè, scolpito da Michelangelo con energia sovrumana, è l’unica scultura del progetto originale a trovare posto nella tomba.

Nel frattempo, Michelangelo lavora ad altre statue destinate al mausoleo.
Tra queste, emergono le sei figure dei Prigioni, alcune oggi conservate al Louvre, altre alla Galleria dell’Accademia di Firenze. Non tutte furono portate a termine: alcune rimasero allo stadio di abbozzo, altre furono completate solo parzialmente. Tuttavia, proprio quelle opere lasciate “incompiute” sono oggi tra le più suggestive e moderne dell’intera carriera dell’artista.

I Prigioni del Louvre: tensione e bellezza tragica

Due delle sculture più note, oggi esposte al Musée du Louvre di Parigi, sono il Prigione ribelle e il Prigione morente, scolpite a partire dal 1510. Secondo Vasari, Michelangelo le donò a Roberto Strozzi in segno di riconoscenza per l’assistenza ricevuta durante due gravi malattie. Lo Strozzi, costretto all’esilio a Lione, le portò con sé e le offrì al re di Francia.

Il Prigione ribelle, dal volto non finito, si ispira con forza drammatica al Laocoonte. Il corpo si torce con sforzo disperato, i muscoli sono tesi, ogni fibra sembra voler spezzare le catene visibili e invisibili. La bellezza fisica di questa figura si trasforma in un simbolo di prigionia spirituale, come se la forma perfetta diventasse essa stessa una gabbia.

Il Prigione morente rappresenta invece un abbandono dolce e struggente. Il corpo, attraversato da una malinconia profonda, suggerisce non un dolore fisico ma un lento spegnersi interiore. Il gesto di sorreggere la testa, la fascia che attraversa il petto, l’inclinazione del volto: tutto parla di un tormento dell’anima che trova pace solo nel sonno o nella morte.

I Prigioni dell’Accademia: quando il marmo resiste

Alla Galleria dell’Accademia di Firenze si trovano altri quattro Prigioni scolpiti da Michelangelo tra il 1519 e il 1534 circa. Queste figure, lasciate intenzionalmente in uno stato di abbozzo, sembrano emergere con fatica dalla pietra, quasi imprigionate dalla materia stessa.

Il Prigione che si ridesta si contorce per venire alla luce. Il ventre è la parte più definita, mentre volto, arti e barba sono ancora intrappolati nella roccia. La posizione della gamba destra, piegata ad angolo, crea un dinamismo potente, come se il corpo volesse davvero liberarsi dal blocco.

Il Prigione giovane, più rifinito, nasconde il volto con il braccio sinistro e piega una gamba come per reagire a una costrizione invisibile. Il braccio destro, dietro la schiena, sembra legato. La parte posteriore è ancora grezza.

Il Prigione barbuto è la figura più completa. La torsione del corpo mette in risalto una muscolatura vibrante, mentre le mani cercano di liberarsi dalle fasce che lo trattengono. L’espressione del volto e la tensione delle membra trasmettono una sofferenza intensa, quasi sacra.

Il Prigione Atlante, infine, è il più drammatico. La testa è immersa nel marmo grezzo che sembra pesargli come il cielo sulle spalle del mitico titano Atlante. Il braccio sinistro spinge contro il blocco, cercando invano di sollevarlo. La lotta tra corpo e materia raggiunge qui la massima potenza.

Il “non finito”: un nuovo linguaggio della scultura

Le opere dei Prigioni rappresentano il punto più alto del concetto di non-finito in Michelangelo.
L’artista concepisce la scultura non come aggiunta ma come atto di sottrazione. Secondo la sua visione, la forma è già presente nel marmo: lo scultore deve solo liberarla, togliendo l’eccesso. Non serve completare ogni dettaglio, se l’idea è già espressa.

Il non-finito non è un difetto o una mancanza, bensì una scelta poetica e concettuale.
Nei suoi sonetti, Michelangelo scrive che l’“ottimo artista” deve semplicemente rivelare ciò che già esiste nella materia. In questo modo, anticipa il pensiero artistico moderno, capovolgendo la convinzione che l’opera debba per forza essere finita per avere valore.

Attraverso il non-finito, Michelangelo trova un linguaggio nuovo. Le sue sculture non sono solo oggetti da guardare ma visioni da interpretare, vibrazioni sospese tra ciò che è stato detto e ciò che resta inespresso.

Prigioni Michelangelo Louvre

Prigioni Michelangelo Louvre

I Prigioni di Michelangelo e la nuova visione dell’arte

I Prigioni non sono semplicemente capolavori del Rinascimento, ma manifesti di una nuova visione dell’arte. In ognuna di queste figure, Michelangelo ci parla di sofferenza, desiderio, tensione, spiritualità e liberazione. Ci mostra che l’arte non ha bisogno di essere perfetta, per essere eterna.

Michelangelo con i Prigioni sembra abbandonare la perfezione formale in nome di qualcosa di più profondo. E non è stato il solo artista a compiere questo passo.
Anche Tiziano, nella sua ultima fase, ha progressivamente dissolto i contorni, impastato i colori, rinunciato alla precisione per cercare la verità emotiva e lo si nota nella Pietà di Tiziano, il suo ultimo dipinto, in cui sembrano farsi strada tra ombre, bagliori e velature, come se l’immagine dovesse emergere dal buio dei pensieri più che dalla luce della realtà.

Lo stesso si può dire per Monet, nei suoi ultimi anni quasi cieco, quando dipinge ossessivamente il giardino di Giverny. I suoi paesaggi diventano visioni, memorie liquide che parlano più allo spirito che all’occhio. Non è più importante cosa stiamo guardando, ma cosa sentiamo mentre lo guardiamo.

Questi maestri, come Michelangelo con i suoi Prigioni, ci mostrano che l’arte più autentica non vuole rappresentare il mondo, bensì raccontare la complessità invisibile dell’animo umano.
Nella sfocatura di un volto, nell’indecisione di una linea, nello spazio bianco di una tela, si cela spesso la verità più profonda.

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