Konstantinos Kavafis – tra storia e mito

Henri Alexandre Georges Regnault (1843-1871) – "Automedonte con i cavalli di Achille"

Henri Alexandre Georges Regnault (1843-1871) – “Automedonte con i cavalli di Achille”

 

 29x18xbandiera 0inglese.jpg.pagespeed.ic.B4zuCIsWey Gustav Klimt – PERCORSI DEL PAESAGGISMO 

PENSIERI E PAROLE … TRA STORIA E MITO in collaborazione con St-ART
Comincia un ciclo in più puntate dedicato a Konstantinos Kavafis, il più grande poeta greco dell’età moderna.

Solitamente di Kavafis viene proposto il magnifico repertorio di liriche a tematica erotica, nelle quali egli ripercorre e descrive il proprio rapporto contraddittorio e conflittuale, a metà tra voluttà e senso di colpa, con l’omosessualità. Eppure, se c’è una ragione profonda di tale atteggiamento, essa va ricercata nella sua identità autenticamente greca, informata a quello spirito di continuità attraverso il quale contempla, in un unico colpo d’occhio, il mito e la storia della classicità, lo splendore decadente dei regni ellenistici d’Oriente, la tragica fine dell’evo antico, la millenaria epopea dell’impero cristiano di Bisanzio.
Andremo, pertanto, alla ricerca di questo universo sommerso, partendo dalla rivisitazione dell’episodio del pianto dei cavalli di Achille, tratto dal libro XVII dell’Iliade: nella mischia furente che si combatte per il possesso del corpo e delle armi di Patroclo, Xanto e Balio, i due destrieri immortali, gemono di fronte all’incomprensione per l’assurdità della vita e della morte, eletti a modello universale dell’ineluttabile destino di dolore che incombe sul genere umano: ma proprio in virtù della loro natura celeste, l’infelicità sembra ergersi a legge cosmica, una Moira o una Tyche dispensatrice di affanni per mortali e divini.
(Daniele)

 

Quando videro Patroclo ucciso,
lui, così valido e forte e giovane,
cominciarono a piangere i cavalli di Achille:
la natura loro immortale s’adirava
per quell’opera della morte che vedevano.
Scuotevano la testa e le lunghe criniere agitavano,
la terra calcando con gli zoccoli, e piangevano
Patroclo: lo vedevano estinto – senza vita –
una misera carne vuota – lo spirito suo svanito –
indifeso – senza più soffio in petto –
nel gran Nulla ripiombato dalla vita.
Le lacrime vide Zeus degli immortali
cavalli e ne soffrì. “Alle nozze di Pèleo”
disse “fui ben leggero:
molto meglio non aver fatto dono di voi, cavalli miei
sfortunati! Che avevate a che fare
con le tristezze umane, trastullo della sorte?
Voi, che né morte governa né vecchiaia,
domano invece precarie sventure: tra le loro miserie
vi irretirono gli uomini”. Ma le loro lacrime
per l’eterna sciagura della morte
piangevano le due bestie di nobile stirpe.

K. KAVAFIS, “I cavalli di Achille”

Fidia e collaboratori “Head of a horse from Selene's chariot/Testa di un cavallo del carro della Luna” - Parthenon east pediment/Frontone orientale del Partenone (c. 447 – 433 a.C.) pentelic marble British Museum London

Fidia e collaboratori “Head of a horse from Selene’s chariot/Testa di un cavallo del carro della Luna” – Parthenon east pediment/Frontone orientale del Partenone (c. 447 – 433 a.C.) pentelic marble British Museum London

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