Konstantinos Kavafis – “Il dio abbandonava Antonio”

Cleopatra e Marco Antonio morente (opera di Pompeo Batoni)

Cleopatra e Marco Antonio morente (opera di Pompeo Batoni)

PENSIERI E PAROLE … TRA STORIA E MITO in collaborazione con St-ART
Continua il ciclo dedicato a Konstantinos Kavafis, il più grande poeta greco dell’età moderna.

Statua di Ottaviano Augusto

Statua di Ottaviano Augusto

Proseguo il ciclo dedicato a Kavafis con le note struggenti de “Il dio abbandonava Antonio”.
Siamo alle soglie della battaglia di Azio, l’intervento decisivo di Ottaviano che schiaccerà l’odiato rivale, annientando per sempre i Tolomei e, con loro, l’ultimo frammento superstite dell’immenso regno di Alessandro Magno.
L’evento storico capitale, talmente significativo da far coincidere con esso e con il fatidico 31 a.C. la fine dell’Ellenismo, sembra, tuttavia, giacere nell’ombra in Kavafis, fare da sfondo al dramma della vita di un uomo con il quale un’oscura entità sembra aver crudelmente giocato, trasformando lo strepito delle battaglie e le tortuose insidie di potere in un processo inevitabile attraverso il quale si è palesata la volontà di un ‘dàimon’ che, come stancatosi del proprio trastullo, ha deciso di scrivere l’ultima parola, plasmando a suo piacimento la storia e lasciando agli uomini la sciocca convinzione di esserne gli artefici.
Emerge, all’improvviso, quell’universo ctonio e sommerso, dalle vie inafferrabili e insondabili, che governa gli uomini di Omero e della lirica arcaica, dove gli dèi dispensano il bene e il male senza criteri razionali, dove ognuno nasce con la propria Moira pendente sul capo, destinato a portarla e, soprattutto, a sopportarla.
(Daniele)
Quando all’improvviso, a mezzanotte, si udirà
passare una compagnia invisibile
fra soavi canti, e musiche –
per la fortuna che non ti arride più, per le opere
votate a malasorte, e le tue mire
fallite tutte, non stare a lamentarti inutilmente.
Ma come pronto da tempo, come audace
da’ l’addio a quell’Alessandria che ormai fugge.
E soprattutto non illuderti, non dire
che si trattava di un sogno, che l’udito ti ha tradito:
non accondiscendere a vane aspettative.
Ma come pronto da tempo, come audace,
come si addice a te, che di una tal città sei stato degno,
avvicinati intrepido al davanzale,
e commosso presta orecchio (però senza
le preghiere di chi è vile, o i suoi rammarichi)
all’estrema soavità di quelle voci,
ai canti eletti dell’arcana compagnia,
e da’ l’addio a quell’Alessandria che ormai perdi.
K. KAVAFIS, “Il dio abbandonava Antonio”

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Venere con organista, amorino e cagnolino, cm. 115 x 280, Staatliche Museen, Berlino.

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