Il complesso legame tra Arte e Fascismo

C. Carrà, Atleti a riposo

Osservando le opere d’arte realizzate durante il regime fascista, spesso mi sono trovata a riflettere su come il fascismo abbia influenzato la cultura figurativa di quel particolare periodo storico e quale sia stato il rapporto tra arte e fascismo.

Come si è sviluppato dunque il complesso sistema dell’arte durante il ventennio fascista e come gli artisti hanno dato voce ai miti e ai temi del fascismo?
In questo post tenterò di dare una risposta a questa domanda, descrivendo un periodo complesso e ancora poco studiato.

Il legame tra arte e fascismo in Italia

Fortunato Depero Duce nel mondo, 1934 Mart, Fondo Depero

Per comprendere quale sia stato il rapporto tra arte e fascismo in Italia bisogna prima di tutto ricordare “Novecento Italiano”, un movimento promosso da Margherita Sarfatti proprio nel periodo in cui Mussolini conquistò il potere in Italia.
Il movimento infatti auspicava il ritorno all’antico e alla grandezza della tradizione italiana, in assoluta sintonia con gli ideali del fascismo delle origini. Tuttavia vi era anche una predilezione per i temi della famiglia, dello sport e del lavoro, come pilastri fondamentali della società italiana, che il Fascismo promuoveva e cercava in tutti i modi di valorizzare.

Sul finire degli anni Trenta inizia a prevalere un’arte finalizzata alla costruzione del consenso e si costruisce un sistema organizzato per regolamentare l’arte attraverso sindacati, associazioni, concorsi e premi.
Possiamo affermare che il Fascismo ha tentato di imbrigliare l’arte in un sistema regolamentato per promuovere i propri ideali e per diffonderli su tutto il territorio nazionale.

IL POTERE E L’ARTE

Margherita Sarfatti è stata una personalità interessante e ha avuto un ruolo di primo piano nell’orientare Benito Mussolini verso un interesse per le arti figurative, che infatti non mancherà di presenziare all’inaugurazione delle più importanti mostre d’arte in Italia e dichiara più volte di voler incoraggiare un’arte di Stato.
La Sarfatti diventa, dunque, l’animatrice del gruppo denominato “Novecento Italiano”, di cui fanno parte tra gli altri Funi, Malerba e Sironi. Ogni artista dipinge con uno stile diverso ma tutti aderiscono a quell’idea di arte limpida e composta, definita da Margherita Sarfatti, contribuendo a costruire uno stile artistico.

Durante il ventennio fascista vi è una larga diffusione dell’immagine di Benito Mussolini.
I suoi ritratti e le sue sculture vengono utilizzate a fini di propaganda e per costruire il consenso, esaltando i tratti fisionomici e caratteriali, che diventano delle vere proprie metafore del potere.
Possiamo anche notare una certa evoluzione dell’iconografia di Mussolini che segue gli eventi storici di cui è protagonista. Nei ritratti degli anni Venti, infatti, Mussolini è rappresentato in abiti borghesi e monumentali, sottolineando le sue ambizioni imperialiste, ma negli anni successivi l’immagine del Duce si modifica progressivamente e diventa un eroe e un condottiero, ma anche una figura forte come il metallo e con un come il progresso.o sguardo rivolto al futuro e al radioso progresso che attende l’Italia.

IL RAPPORTO TRA ARTE, FASCISMO E FUTURISMO

Mussolini dunque ha sempre cercato di costruire il proprio consenso sfruttando l’arte a suo vantaggio e sarà forte la sintonia tra Mussolini e Filippo Tommaso Marinetti, esponente di spicco del futurismo. Entrambi affascinati l’uno dell’altro ma dotati di una personalità troppo forte per poter collaborare insieme.

Fascismo e futurismo condividono il mito dell’azione e dei mezzi meccanici, della guerra e il fascino della tecnica.
Negli anni 30, gli artisti del movimento dell’aeropittura e gli artisti della seconda stagione del futurismo fanno proprie le esigenze propagandistiche del regime, celebrandone gli ideali. Tuttavia, il futurismo non riesce a ritagliarsi un ruolo da protagonista nella politica culturale del fascismo e questo è evidente dalla modesta quantità di opere futuriste che sono entrate a far parte nelle collezioni pubbliche e dal coinvolgimento limitato di artisti importantissimi come Giacomo Balla e Fortunato Depero.

Il futurismo non diventò mai arte di Stato, ma fu determinante per fondare un’estetica moderna in Italia.
I futuristi, infatti, idearono un linguaggio innovativo, sfruttando le immagini riprodotte in serie e amplificando gli ideali fascisti, che condividevano.

IL SISTEMA DELLE ARTI DURANTE IL VENTENNIO FASCISTA

Il futurismo non riuscì a diventare arte di Stato anche perché il fascismo, contrariamente ad altre dittature, ha preferito controllare la produzione artistica attraverso un sistema di premi, sovvenzioni ed esposizioni.
Si trattava di un nuovo modo per promuovere le arti, che faceva leva sull’adesione spontanea agli ideali fascisti.

Il fascismo non impone ma fa aderire l’arte ai propri ideali, garantendo la pluralità dei linguaggi e degli stili, almeno fino al 1938. Possiamo affermare che la maggior parte degli artisti poterono beneficiare del sostegno dato dal regime allo sviluppo delle arti.
Sarà proprio questo modo di concepire il sostegno all’arte da parte del fascismo a far nascere molte nuove rassegne: la Triennale di Milano, la Quadriennale di Roma e la Biennale di Venezia.

Solo dopo la promulgazione delle leggi razziali gli artisti di origine ebraica si vedono negare il diritto di esporre, progettare, insegnare e vendere le proprie opere.

I NUOVI MITI DELL’ARTE

Il fascismo suggerisce all’arte nuovi temi che costruiscono la narrazione di un paese fatto di braccianti, atleti ed eroi. Nelle opere d’arte realizzate durante il ventennio fascista il corpo diventa allenato e sempre orientato verso il movimento e la competizione.
Il culto del corpo trae origine dalla tradizione classica e le moderne discipline sportive si prestavano a descrizioni fisiche che potevano ricordare quelle degli atleti dell’epoca classica.

Lo sport durante il fascismo è considerato uno dei valori della società italiana e sono molte le opere che celebrano nuotatori, calciatori, lottatori e atleti di vario tipo. Questi vengono descritti in modo monumentale e il loro corpo è del tutto simile a quello di un lavoratore ed entrambi trovano posto nell’arte del ventennio fascista.
Il lavoro, la famiglia e il culto del corpo sono i soggetti preferiti dagli artisti di questo periodo, che descrivono una società tutta orientata alla forza e al progresso.

Mussolini trascinato dal re (Serie Dux), 1943. Collezione Luisa Laureati Briganti

LA FINE DEL VENTENNIO

Dopo gli anni della celebrazione arriva il momento in cui alcuni artisti esprimono una critica dura e che fino a quel momento era impensabile.
Tra la fine degli anni Trenta e l’inizio degli anni Quaranta avviene un drastico cambiamento di rotta e il Duce non appare più come un condottiero è un eroe, ma piuttosto come una caricatura.

L’artista Mino Maccari nel 1943 presenta la serie “Dux”, in cui la gloriosa figura del duce appare come una parodia grottesca. Non si tratta del solo esempio, Mussolini appare sempre più spesso in disegni, dipinti e sculture come una sagoma di cui ridere e di cui prendersi gioco.

Alla fine del regime cadono i suoi simboli: l’effigie del dittatore che erano state oggetto di culto vengono colpite dalla furia che accompagna il declino di ogni tirannia.
Ematico fu il danneggiamento del busto in bronzo “Dux” di Adolfo Wildt da parte dei partigiani durante i giorni della Liberazione.

Condividi su

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *