Gian Lorenzo Bernini

Tra i generi artistici la scultura mi affascina per la complessità delle sue tecniche e l’abilità che richiede l’esecuzione. Tra gli scultori del passato il mio preferito è sicuramente Gian Lorenzo Bernini ( 1598 – 1680).
Figlio di uno scultore, sin da giovanissimo ha dimostrato di essere dotato di grande talento e di un forte temperamento. E’ stato il principale artista del Barocco e ha contribuito al rinnovamento in chiave barocca dell’urbanistica della città di Roma, realizzando opere che esprimono tutta la forza e il potere della Chiesa.
Era giovanissimo quando entrò nelle simpatie del ricco e colto Cardinale Scipione Borghese, che notò le sue eccezionali qualità e la novità del suo stile fatto di particolari accurati e dettagliati, di personaggi ritratti in movimento e di una lavorazione del marmo come fosse una materia duttile e resa morbida con l’uso del chiaroscuro, ovvero dall’uso sapiente di luci ed ombre.
Scipione Borghese commissionò al Bernini quattro gruppi scultorei, oggi conservati presso la Galleria Borghese e che introducono nella scultura un elemento nuovo, ovvero la vita. “Enea e Anchise”, “Ratto di Proserpina”, “David”, “Apollo e Dafne” rappresentano scene mitologiche e personaggi Biblici come se fossero davanti a noi e qualcosa stesse accadendo nel momento esatto in cui le si osserva. Le vita con la sua forza e la sua violenza sembra uscire da queste opere dove i corpi sono contorti, i muscoli sono tesi e le labbra sono sempre sul punto di emettere un urlo o un’ultima parola.
“Enea e Anchise” (1618-1619) è il primo gruppo scultoreo realizzato per il Cardinale e quello che probabilmente ha coinvolto maggiormente il padre Pietro con i suoi consigli, essendo Gian Lorenzo poco più che ventenne. Rispetto alle opere successive la forza e la vitalità sono meno evidenti, ma già appare evidente l’abilità del Bernini nel modellare il marmo a suo piacimento per differenziare la pelle dei personaggi rappresentati: molle e raggrinzita per l’anziano Anchise, florida e turgida per Enea, liscia e morbida per il figlio Ascanio.

Il “Ratto di Proserpina” (1621-1622) rappresenta il momento culminante del rapimento di Proserpina da parte di Plutone. La ragazza tenta di sfuggire alla presa del dio degli Inferi  e intuiamo la violenza e la forza dalle potenti mani che affondano nel fianco e nella coscia della dea della fertilità.
La ragazza non riuscirà a sfuggire nonostante tenti con tutte le su forze di difendersi allontanando da sè la testa di Plutone e il cane Cerbero è lì ai piedi della coppia per assicurarsi che nessuno possa impedire che il dio porti via con sé Proserpina.

Il “David” (1623-1624) rappresenta il corpo dell’eroe biblico che si torce nel momento in cui sta per scagliare verso il gigante Golia il sasso. I muscoli sono tesi, gli occhi fissi verso il bersaglio e l’espressione del volto contratta.
Tutto il corpo è impegnato in una rotazione come fosse un antico discobolo e ponendosi davanti all’opera sembra di diventare il bersaglio di tutta quella tensione.
 

Con “Apollo e Dafne” (1622-1625) Bernini mette in scena la storia mitologica che vuole Apollo innamorato della ninfa Dafne, che sfuggendo al dio che la rincorre si trasforma in una pianta di alloro nel momento stesso in cui viene afferrata. I due protagonisti sono rappresentati nel momento esatto in cui, correndo, inizia la trasformazione ed è come se il fotogramma reale di quella vicenda si fosse fermato perché lo spettatore possa ammirare lo smarrimento di Apollo e le urla di Dafne.
In questo gruppo scultoreo l’elemento scenografico e teatrale del Bernini trova la sua apoteosi e tutti diventiamo spettatori di uno spettacolo tragico e mitico allo stesso tempo.

Le opere di Gian Lorenzo Bernini sono intrise di un realismo trascendentale, un’abilità magistrale nel catturare non solo l’aspetto fisico di un soggetto, ma anche la sua essenza interiore. Le sue statue sembrano prendere vita sotto le sue mani, con ogni singolo dettaglio anatomico e ogni espressione del viso trasmettendo un’emozione palpabile. È questa capacità di dare vita alla pietra che ha attirato l’attenzione di generazioni successive di artisti e ha ispirato lo sviluppo dell’arte nel corso del XVIII secolo.
Le sue opere non si limitano a decorare i musei o le piazze della città, ma hanno plasmato l’aspetto stesso di Roma. Le sue creazioni urbane non sono semplici strutture architettoniche, ma veri e propri capolavori che hanno delineato il profilo della città eterna. Passeggiando per Piazza Navona o ammirando la grandiosità della Fontana di Trevi, ci si rende conto di come Bernini abbia lasciato un’impronta indelebile sulla topografia artistica e culturale di Roma.
Gian Lorenzo Bernini è molto più di un semplice artista del passato; è un faro luminoso che guida il nostro sguardo attraverso le epoche, un maestro il cui tocco magico continua a ispirare e a incantare. Le sue opere non sono semplici statue o edifici, ma finestre aperte su mondi interiori e testimonianze tangibili del potere dell’arte di comunicare emozioni universali. La prossima volta che visiti Roma, concediti il piacere di ammirare l’eredità immortale di Bernini, un viaggio straordinario attraverso la senza tempo.
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