Incontri impossibili: a tu per tu con Vincent van Gogh

16/01/2026
Autore: Caterina Stringhetta

Ci sono incontri che non avverranno mai nella realtà, ma che continuano a succedere ogni volta che ci fermiamo davanti a un’opera d’arte.
Succede quando il tempo si accorcia, quando il museo smette di essere uno spazio silenzioso e diventa un luogo di dialogo.

Incontri impossibili nasce proprio da qui.
Dal desiderio di guardare un artista non come un capitolo di manuale, ma come una presenza viva, con una voce, delle domande e risposte che non smettono di interrogarci. Nasce anche da un’ispirazione, dalle famose “Interviste impossibili” che andarono in onda negli anni Settanta su Radio Rai a cura di Alberto Arbasino. Io ero appena nata, ma le ho ascoltate più tardi e mi sono innamorata di questo format, che ho voluto riproporre immaginando di incontrare, cenare, pranzare o passeggiare con un artista del passato.

In questo primo incontro impossibile ho scelto di sedermi davanti a Vincent van Gogh, provando a lasciar parlare la sua pittura, le sue lettere e la sua vita.

Van Gogh Notte Stellata

Van Gogh, Notte Stellata

Le risposte impossibili di Vincent van Gogh

Ho scelto un dialogo impossibile con van Gogh non per cercare verità definitive, ma per ascoltare ciò che ancora oggi continua a muoversi sotto la superficie del colore.

Sono seduta davanti a lui.
Non in un museo e neppure nella sua stanza ad Arles. 
Mi trovo davanti a Vincent van Gogh in persona in una caffetteria qualsiasi.

Ha lo sguardo attento, inquieto e sorprendentemente gentile.
Parla piano, come se ogni parola dovesse descrivere un mondo intero.

Vincent, se potessi entrare oggi in un museo e vedere le persone fare selfie davanti ai tuoi quadri, cosa diresti loro?

Direi di fermarsi davvero, non solo con il corpo ma con lo sguardo. Direi che un quadro non è un oggetto da portare via e nemmeno un’immagine da usare per dire “io c’ero”. La pittura non funziona per sottrazione di tempo, funziona per immersione. Servono minuti che diventano silenzio e silenzio che diventa attenzione.
Quando dipingevo speravo che qualcuno si avvicinasse non per possedere l’opera, ma per lasciarsi attraversare da essa. Se una tela non cambia leggermente chi la guarda, allora resta muta.
Il museo dovrebbe essere un luogo di incontro, non di passaggio.

Hai scritto centinaia di lettere a tuo fratello Theo. Se oggi potessi mandargli un messaggio vocale di trenta secondi, cosa diresti davvero, senza pensarci troppo?

Direi grazie per avermi tenuto in piedi quando tutto il resto crollava. Direi che non mi ha mai salvato dal dolore, ma mi ha salvato dalla resa. Ogni lettera era un modo per restare umano, per non sentirmi completamente tagliato fuori dal mondo. Gli direi che la pittura non sarebbe mai diventata ciò che è stata senza qualcuno disposto ad ascoltare le mie ossessioni, i miei entusiasmi e le mie sconfitte. Gli direi che non ho mai dipinto da solo, perché la fiducia di un’altra persona, la sua nel mio caso, può diventare una forma di colore invisibile.

I tuoi cieli sembrano muoversi, vibrare, quasi urlare. Dipingevi quello che vedevi o quello che sentivi quando il mondo diventava troppo rumoroso?

Dipingevo ciò che sentivo per riuscire a vedere meglio. La realtà non è mai stata stabile ai miei occhi, cambiava continuamente intensità.
Il cielo non era una superficie tranquilla, ma un luogo di forze, di tensioni, di energia e quando il mondo diventava troppo rumoroso, il colore diventava un modo per dare una struttura a quel rumore. Le pennellate seguivano il ritmo del pensiero, non quello dell’apparenza.
Dipingere non era imitare la natura, ma entrare nel suo movimento più profondo, quello che somiglia molto a ciò che accade dentro una persona quando prova emozioni troppo grandi per essere contenute.

Oggi ti definiremmo un artista incompreso. Tu ti sei mai sentito davvero incompreso o semplicemente solo?

La solitudine è stata più pesante dell’incomprensione. Non essere capiti è doloroso, ma non essere visti è una ferita più lenta e profonda. Sentivo di parlare una lingua che nessuno aveva voglia di imparare, eppure non ho mai pensato di smettere di usarla.
Ho continuato a dipingere perché credo che l’arte debba dire la verità anche quando non trova consenso. Il riconoscimento non era la priorità, lo era la sincerità. Essere soli mentre si cerca di essere onesti con se stessi è una condizione dura, ma a volte necessaria.

Ultima domanda. Quale artista hai ammirato, nel bene e nel male? Potrebbe diventare il nostro prossimo incontro impossibile.

Paul Gauguin. Era un amico, un artista eccezionale e avrei voluto capirlo fino in fondo, senza idealizzarlo e senza scontrarmi continuamente con lui. Condividevamo il desiderio di andare oltre la pittura accademica, ma partivamo da luoghi interiori molto diversi.
La nostra convivenza è stata intensa, fragile, carica di aspettative e di incomprensioni. Avrei voluto capire se la distanza tra noi fosse una questione di arte o di carattere, di visione o di incapacità di ascolto. Alcuni incontri non sono fatti per durare, ma sono fatti per lasciare un segno, e il nostro lo ha lasciato per sempre.

van Gogh autoritratti

van Gogh, autoritratti

Questo incontro con Vincent van Gogh finisce qui, almeno per ora.
Le sue parole restano sospese, come il colore sulla tela.

Se fossi tu seduto davanti a lui, quale domanda gli faresti?
Scrivila nei commenti: potrebbe diventare la prossima voce di questo incontro impossibile.

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