Laocoonte: descrizione e curiosità di un capolavoro

23/02/2015
Autore: Caterina Stringhetta

Esistono opere che ti restano addosso per sempre. Alcune ti colpiscono con la forza della bellezza, altre con la potenza della storia. Il Laocoonte, per me, ha fatto entrambe le cose.
L’ho studiato al liceo per una ricerca assegnata a sorpresa e da allora ho capito che l’arte non era solo una passione, ma qualcosa che mi avrebbe cambiato la vita. In un certo senso, se oggi mi occupo d’arte  è tutta colpa sua.

Il Laocoonte: storia, significato e curiosità sul capolavoro che mi ha cambiato la vita

Laocoonte

Il ritrovamento del Laocoonte: quando e dove

L’avventura moderna di questo capolavoro comincia nel 1506, quando a Roma, durante alcuni scavi, viene rinvenuta una scultura gigantesca e frammentaria. Si capisce subito che è un’opera straordinaria. Vengono chiamati i migliori artisti presenti in città per studiarla. Tra loro c’è anche un certo Michelangelo Buonarroti, che non ha bisogno di presentazioni.

Il gruppo scultoreo viene alla luce nei pressi dell’Esquilino e ben presto viene identificato con il Laocoonte di cui parla Plinio il Vecchio, che lo aveva visto nella casa dell’imperatore Tito.
L’opera viene attribuita a tre scultori della scuola di Rodi: Agesandro, Polidoro e Atanodoro.
Dopo il ritrovamento, si decide di custodirla all’interno del Vaticano. Sarà proprio questa scelta a dare inizio alla collezione che oggi conosciamo come Musei Vaticani.

Cosa rappresenta il Laocoonte

Il Laocoonte racconta una storia drammatica, tratta dal secondo libro dell’Eneide di Virgilio.
Laocoonte è un sacerdote troiano che cerca di mettere in guardia i suoi concittadini dal dono ingannevole dei Greci: il famoso Cavallo di Troia. Scaglia una lancia contro di esso, tentando di svelarne l’inganno. Per questo gesto di verità, viene punito dagli dei avversi.

Due serpenti marini, Porcete e Caribea, si avventano su di lui e sui suoi figli, Antifane e Timbreo. Il gruppo scultoreo cattura proprio quell’istante: la lotta disperata contro il destino, l’abbraccio mortale dei serpenti, la torsione estrema dei corpi.

Ogni muscolo, ogni espressione, ogni dettaglio è scolpito con tale precisione che la scena sembra viva. Il pathos è insostenibile, ma c’è anche una compostezza tragica che va oltre la mera descrizione del dolore.

Laocoonte grida o tace?

Questa è la domanda che si sono fatti in molti, da secoli. Anche io me la posi durante quella famosa ricerca liceale. Osservando l’opera per giorni, arrivai a una convinzione che mi accompagna ancora oggi: Laocoonte non grida.

La sua bocca socchiusa non è un urlo, ma una forma di dolore trattenuto, di accettazione. Non si agita per la ferocia dei serpenti, ma per l’onta di non essere stato creduto, per la responsabilità di aver coinvolto i suoi figli in un destino ingiusto. La sua è una morte nobile, una resa alla verità inascoltata. Per questo, è un’opera che parla ancora oggi a chiunque abbia sentito il peso dell’incomprensione.

Un capolavoro eterno

A distanza di oltre duemila anni, il Laocoonte conserva una potenza emotiva e formale difficilmente eguagliabile. Ogni volta che mi capita di vederlo, nei libri, nelle fotografie o di persona, ai Musei Vaticani, sento riaffiorare quel legame originario. È, senza dubbio, la scultura antica che preferisco. Per la sua storia, per il suo significato, per ciò che ha rappresentato nella mia vita.

Dove vedere oggi il Laocoonte

Il gruppo scultoreo del Laocoonte si trova nei Musei Vaticani di Roma, all’interno del Cortile Ottagono.
È lì dal momento del suo ritrovamento, perché si decise di collocarlo in un luogo che ne valorizzasse la bellezza e l’importanza. In un certo senso, si può dire che i Musei Vaticani sono nati proprio attorno a questa scultura. Se non l’hai mai vista dal vivo, mettila subito nella tua lista: merita ogni secondo di contemplazione.

🖌️ Questo articolo è stato pubblicato nel 2015 ed è stato aggiornato il 17 gennaio 2026 con nuove curiosità e approfondimenti.

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