Incontri impossibili: davanti a Paul Gauguin
Dopo aver incontrato Vincent van Gogh, la sua inquietudine e il suo bisogno disperato di restare nel mondo attraverso il colore, c’era un nome che continuava a tornare.
Non come un’eco pacifica, ma come una frattura irrisolta.
I nostri Incontri impossibili proseguono così, seguendo i fili tesi della storia dell’arte, quelli che uniscono e allo stesso tempo separano.
Dopo Van Gogh, l’incontro non poteva che essere con Paul Gauguin, l’uomo che ha condiviso con Vincent sogni, scontri e una convivenza diventata leggenda.
Le risposte impossibili di Gauguin
Se Van Gogh cercava salvezza nel colore, Gauguin cercava fuga.
Sedersi davanti a lui significa entrare in un territorio instabile, dove l’arte diventa scelta radicale, rifiuto dell’Europa e desiderio di un altrove assoluto.
Sono davanti a Paul Gauguin.
Lo sguardo è fermo, la postura sicura, come se avesse già deciso di non chiedere permesso a nessuno.
Paul, dopo l’incontro con Van Gogh, una domanda è inevitabile. Cosa rappresentava per te Vincent, davvero?
Vincent era una forza incontrollabile. Ammiravo la sua dedizione totale alla pittura, quella capacità di sacrificare tutto pur di restare fedele a ciò che sentiva. Allo stesso tempo, quella stessa intensità mi soffocava. Io cercavo distanza, lui vicinanza.
Vivevamo l’arte come una necessità assoluta, ma in modo opposto. La nostra convivenza è stata un esperimento estremo, destinato a fallire, perché nessuno dei due era disposto a cedere sulla propria idea di libertà.
A un certo punto hai deciso di lasciare l’Europa e partire per Tahiti. Fuga o scelta artistica?
È stata entrambe le cose. L’Europa mi appariva stanca, ripiegata su se stessa, soffocata dalle regole e dal mercato. Sentivo che l’arte non poteva più nascere lì.
Cercavo un luogo dove la vita fosse ancora intrecciata al mito, dove il colore non fosse imitazione ma linguaggio primario. Tahiti non era un paradiso, come molti hanno voluto credere, ma uno spazio mentale in cui potevo ricominciare da zero, anche a costo di perdermi.
Le tue opere sembrano sospese tra sogno, mito e realtà. Cosa volevi davvero raccontare con la tua pittura?
Non volevo raccontare, volevo evocare. La pittura non deve spiegare, deve suggerire. Ho cercato immagini che funzionassero come simboli, capaci di parlare a chi guarda senza bisogno di traduzione. Il colore piatto, le forme semplificate, l’assenza di profondità sono state scelte consapevoli. Volevo liberare la pittura dall’illusione ottica per riportarla a una dimensione mentale e spirituale. L’opera non deve rassicurare, deve aprire domande.
Molti ti accusano di aver costruito un mito esotico, guardando culture lontane con uno sguardo occidentale. Come risponderesti oggi?
Ogni sguardo è parziale, inevitabilmente. Non ho mai preteso di essere neutrale. Ho cercato un altrove perché sentivo che solo fuori dall’Europa potevo mettere in discussione me stesso. Ho idealizzato, certo, ma l’idealizzazione è parte della creazione artistica. L’errore sarebbe pensare che l’arte debba essere documentazione. Io cercavo una verità interiore, non un resoconto etnografico.
Hai rinunciato a stabilità, famiglia e sicurezza per l’arte. Ne è valsa la pena?
L’arte non funziona in termini di compensazione. Non esiste un bilancio finale. Ho scelto di vivere secondo una visione e ne ho pagato il prezzo. Rifarei le stesse scelte perché non avrei saputo vivere diversamente. L’artista non è qualcuno che trova un equilibrio, ma qualcuno che accetta lo squilibrio come condizione necessaria. La tranquillità non genera immagini che restano.
Ultima domanda. Se potessi parlare ancora con Van Gogh oggi, cosa gli diresti?
Gli direi che aveva ragione a non scendere a compromessi. Gli direi che il tempo gli ha dato ciò che la vita gli ha negato. Gli direi che alcune ferite non si rimarginano, ma diventano luce per altri.
Forse non saremmo mai stati amici, ma siamo stati inevitabili l’uno per l’altro.

Questo incontro con Paul Gauguin si chiude qui, tra desiderio di fuga e bisogno di verità.
Le sue parole restano aperte, come le sue immagini.
Se fossi tu seduto davanti a Gauguin, quale domanda gli faresti?
Scrivila nei commenti oppure mandamela: potrebbe diventare la prossima voce di Incontri impossibili.
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In questo blog non ti spiego la storia dell’arte, ma racconto le storie di cui parla l’arte
