Fontana di Trevi a pagamento: due euro per avvicinarsi all’arte. Ma è questa la soluzione?
Camminando tra le strade acciottolate di una città d’arte e dopo aver letto la notizia dell’ennesimo ticket d’ingresso a una delle bellezze italiane mi sono chiesta: se l’arte potesse parlare, sarebbe d’accordo?
Dal 2 febbraio 2026, chi vuole scendere alla Fontana di Trevi e avvicinarsi per fare una foto, tirare una monetina o semplicemente godersi la maestosità di quell’opera d’acqua e marmo, deve pagare due euro. Niente di scandaloso, penserai. Si pagano ben di più per un caffè frettoloso al bar.
I romani no, loro entrano gratis. I turisti invece, che poi siamo tutti turisti quando visitiamo una città, pagano.

Fontana di Trevi, 2 euro per un selfie. L’arte è un biglietto o un diritto?
Il comune di Roma dice che quei soldi serviranno a mantenere la fontana, che tutto sarà più ordinato, troveremo meno folle sudate e zaini da trekking appoggiati sui gradini e forse è vero.
Qualcosa però, dentro di me, ha cominciato a pizzicare come le scarpe del perfetto turista di città d’arte, dopo una giornata di passeggiate infinite per riempirsi gli occhi di bellezza.
Quando l’arte ha smesso di essere un dono collettivo e ha iniziato a comportarsi come una VIP lounge?
Ci hanno detto che la bellezza salverà il mondo, ma forse, prima, dovremo salvarla noi dalle nostre carte di credito, dalle app di prenotazione e dal bisogno compulsivo di monetizzare ogni istante, ogni scorcio, ogni sospiro estetico.
L’arte è davvero un prodotto da acquistare, consumare e condividere sui social?
Come una lattina da stappare e buttare quando è finita?
Mi sono seduta per un attimo e ho pensato a Nicola Salvi, l’architetto che creò la Fontana di Trevi come la voleva papa Clemente XII, a come avrebbe reagito sapendo che la sua fontana, progettata per stupire chiunque, ricco o povero, forestiero o cittadino, oggi è diventata una sorta di giostra a pagamento.
Eppure non si tratta solo di due euro. Si tratta di un’idea, di una direzione.
Se oggi paghi per accedere a un monumento all’aperto, domani pagherai per guardare il tramonto sul Gianicolo?
Forse non c’è una risposta giusta. Forse siamo tutti alla ricerca di un compromesso tra tutela e fruizione, tra rispetto e accessibilità, tra ordine e libertà.
Tuttavia una domanda resta: l’arte, per vivere, ha davvero bisogno di un biglietto d’ingresso o ha solo bisogno di essere amata?
Forse la soluzione non sta nel far pagare il silenzio e l’ordine attorno alla fontana. Forse sta nel riscrivere le regole del turismo, dell’educazione, del rispetto.
Forse sta nel ricordare che certi sguardi non hanno prezzo e che la bellezza, quella vera, non si compra. Si conquista con lentezza, con cura, con meraviglia.
E tu?
Pagheresti due euro per un selfie… e allora vai nella pagina dove prenotare la Fontana di Trevi,
o preferisci essere parte di qualcosa che non si può comprare?
Oppure ti stai chiedendo, come me, quando abbiamo iniziato a mettere il prezzo anche alla bellezza?
Forse l’arte non ha bisogno di un tornello d’ingresso, ma solo di occhi capaci di vederla. Gratuitamente.
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In questo blog non ti spiego la storia dell’arte, ma racconto le storie di cui parla l’arte